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domenica 4 maggio 2008

GRAZIE GIUVE!!

Il Siena si salva con una giornata di anticipo e ringrazia la Giuventus...

6 commenti:

Anonimo,  05 maggio 2008 16:45  

5 Maggio 2002 - 5 Maggio 2008, 6 anniversario della divertente debacle perdazzurra
Oggi 5 maggio 2008 volevo farvi partecipe dell'anniversario di quello strano giorno di 6 anni fa,
Era il 5 maggio 2002 una calda domenica primaverile,lo stadio Olimpico sembrava San Siro tanto era pieno di bandiere neroazzurre, l'inter era prima in classifica seguita da Juve e Roma, prima della partita la classifica parlava così:
Inter 69
Juventus 68
Roma 67

in due punti si giocavano lo scudetto, la Roma era impegnata al Delle Alpi contro il Torino, la Juve era impegnata al Friuli di Udine.

Già a fine primo tempo la situazione era cambiata, l'interista cominciava già a piagniucolare mentre il gobbo (e pure io a Milano) sghignazzava con gusto perché a fine primo tempo la classifica era la seguente:

Juventus 71 (Vinceva 2-0 grazie a Del Piero e Trezeguet)
Inter 70 (Pareggiava grazie ai goal di Vieri e Di Biagio (I) e la doppietta di Poborsky con regalo di Gresko)
Roma 68 (0-0)

Ricomincia la ripresa, e la situazione per loro si fa ancora più drammatica, arrivano i goal di Simeone e di Simone Inzaghi e il risultato diventa 4-2 per la Lazio, gran parte dello stadio prima solidale ai tifosi nerazzurri ora urla e canta felice per la vittoria della propria squadra. La Roma a metà del secondo tempo passa in vantaggio a Udine per il goal di Cassano e alla fine delle partite il tifoso neroazzurro si ritrova ai preliminari di champions come il Milan (che poi la vincerà quella champions 12 mesi e mezzo dopo circa).

Alla fine delle partite la classifica parlava chiaro:

Juventus 71 (0-2 Del Piero - Trezeguet)
Roma 70 (0-1 Cassano)
Inter 69 (4-2 Vieri e Di Biagio (I), di Poborsky (2) Simone Inzaghi , Simeone)GRAZIE INTER

Anonimo,  05 maggio 2008 16:46  

Dramma Inter all'Olimpico
si illude, poi è terza


di MASSIMO VINCENZI
ROMA - All'Olimpico l'unico a festeggiare è il calcio. Gli altri sono tutti tristi. Disperati gli interisti, solo dispiaciuti i laziali. Dopo due anni di festeggiamenti, lo stadio romano conosce l'atmosfera pesante, plumbea della sconfitta. La sconfitta storica dell'Inter che distrugge con una prestazione sconcertante una stagione quasi perfetta. Novanta minuti da incubo che fanno scivolare i nerazzurri dal possibile scudetto al terzo posto, scavalcati anche dalla Roma vincente a Torino.

Novanta minuti vissuti sulle montagne russe dell'emozione. Prima sembrava tutto difficile, poi tutto facile, poi ancora difficile. Infine quasi impossibile. Poi impossibile del tutto.

Il primo tempo dell'Inter è una corsa senza fiato, con i polmoni chiusi, bloccati da un masso. Lo stomaco sottosopra e la gola secca da morire. La partita più strana del mondo si gioca su due campi: a Udine a e Roma, con i tifosi dell'Olimpico uniti in un incredibile gemellaggio. Tutti a tifare Inter.

Ad ascoltare urla e slogan si capisce dove sta andando la domenica. Il primo mormorio arriva dall'altro campo, quello in Friuli. Dopo due minuti segna Trezeguet e i bianconeri sono virtualmente campioni d'Italia. Il mormorio diventa urlo di gioia al 12' quando Vieri approfitta di un errore di Peruzzi e butta dentro l'1 a 0.

E' a questo punto che sembra tutto facile. Via le biro, chiusi i taccuini non è più tempo di cronaca della partita: come quasi sempre in passato (l'anno scorso andò così Roma-Parma) il conteggio delle azioni non ha più senso. Conta solo far girare la palla e le lancette del cronometro. Ma questa non è una partita normale, questa è la partita più strana del mondo: cose da Osvaldo Soriano. E infatti le biro serviranno ancora.

Al 19' ci pensa Poborsky a cambiare il pomeriggio: l'esterno sfida i suoi tifosi e va a segnare l'1 a 1. La Juve è tranquilla sul 2 a 0 (il secondo è di Del Piero) e per l'Inter diventa di nuovo tutto difficile. Scudetto in altalena, si dice. Scudetto per gente dai nervi saldi, per gente alla Di Biagio che una manciata di minuti dopo ci mette la testa: è il 23' e l'Inter è di nuovo in vantaggio e campione d'Italia.

Adesso solo una squadra di masochisti potrebbe divertirsi a rovinarsi la domenica. E il gruppo Cuper non sembra avere questa predisposizione: la palla scivola con sufficiente lucidità, le gambe rispondono. Prima Ronaldo, poi Recoba hanno qualche possibilità di segnare il gol sicurezza: occasioni non eccezionali, sufficienti per rammaricarsi.

Più che sufficienti per disperarsi quando al 45' Gresko regala un pallone d'oro a Poborsky che non si fa pregare per battere Toldo. E' il 2 a 2, è di nuovo tutto difficile per l'Inter, quasi impossibile. E' la Juve sul trono d'Italia.

Favorita al primo minuto, l'Inter inizia la ripresa in rincorsa: le gambe già di legno, diventano di marmo e il pallone è una bomba che fa paura solo a sfiorarlo. La tattica non conta più, la confusione e la rabbia sono le uniche cose che ancora hanno un senso. Illogico ovviamente.

Il cronometro corre. Cuper fuma la decima sigaretta, Massimo Moratti è di pietra in tribuna. Al suo fianco Tronchetti Provera perde la proverbiale abbronzatura. Il trionfo annunciato inizia a trasformarsi sempre di più in una sconfitta storica.

Al decimo la tragedia nerazzurra ha la faccia impassibile di Simeone, l'ex interista che di testa batte Toldo e non esulta. Adesso tutto diventa impossibile, assurdamente impossibile.

Tra la squadra di Cuper e lo scudetto adesso ci sono due gol da realizzare in poco più di mezz'ora. Una corsa contro il tempo da compiere con la zavorra del rimpianto sulle spalle. Il tecnico butta dentro Dalmat al posto di Conceicao, l'Inter sembra ritrovarsi, ma è solo una fiammata. Ormai è tardi. Troppo tardi.

A Torino segna la Roma e l'Inter scivola al terzo posto. La lotta disperata di Vieri, i lampi di classe impotente di Ronaldo e le corse di Dalmat non riescono a spostare il risultato. Il cronometro che prima sembrava bloccato ora nella testa degli interisti corre veloce come mai nella loro vita.

L'ultima spallata la dà Simone Inzaghi: cross da sinistra e gol di testa per il 4 a 2 che regala lo scudetto alla Juventus e gela l'Olimpico. La partita più strana del mondo è finita: piangono i tifosi di tutte e due le squadre, festeggiano solo sull'altro campo, quello di Udine. Il campionato è finito. Vieri è immobile, Ronaldo al suo fianco si copre la faccia con le mani e piange disperato. Gresko singhiozza. Moratti non c'è più. Hector Cuper fuma da solo la millesima sigaretta. Il sogno di quest'argentino triste e testardo finisce con il campionato. Ci proverà l'anno prossimo, c'è da giurarci.

LAZIO - INTER 4-2

LAZIO: Peruzzi; Stam, Nesta, Couto, Favalli, Poborsky, Giannichedda, Simeone (33'st Baggio), Stankovic (16'st Cesar); Fiore; Inzaghi. In panchina: Marchigiani, Colonnese, Negro, Pancaro, Evacuo. Allenatore: Zaccheroni.

INTER: Toldo; J. Zanetti, Cordoba, Materazzi, Gresko; Conceicao (15'st Dalmat) , Di Biagio, C. Zanetti (27'st Emre), Recoba; Ronaldo (33'st Kallon), Vieri. In panchina: Fontana, Sorondo, Seedorf, Ventola. Allenatore: Cuper.

ARBITRO: Paparesta di Bari.
RETI: 12'pt Vieri, 20' e 45'pt Poborsky, 24'pt Di Biagio; 10'st Simeone, 28'st Inzaghi.
NOTE. 1t.: 2-2. Pomeriggio di sole, terreno in buone condizioni, spettatori 60.000. Ammonito: St

(5 maggio 2002) LA REPUBLICA GRAZIE INTER

Anonimo,  05 maggio 2008 16:47  

La replica della trasmissione di sabato di "Goal di notte", condotta da Michele Plastino...
Tema della trasmissione era il sospetto che i tifosi della Roma hanno sul fatto che la Lazio non si impegnerà contro i perdenti......
Ad un certo punto della trasmissione un ospite laziale ha dichiarato sul
cinque maggio 2002: " quello che successe negli spogliatoi tra il primo ed il secondo tempo di quella partita lo sanno tutti e fanno finta di non saperlo".....
"Alcuni giocatori dell'Inter andarono a prendere di petto i 4 giocatori della Lazio che stavano giocando sul serio..."
"A quel punto intervennero anche gli altri a loro difesa e si decise tutti di giocarsi effettivamente la partita nel secondo tempo...."
Sempre il laziale in replica a Maurizio Biscardi, mi pare, : "siamo persone di 45-50 anni, non nascondiamoci dietro le favole, è indubbio che il secondo goal dell'Inter nel primo tempo è stato uno degli scandali più grossi nella storia del calcio. Un giocatore che non era pressato da nessuno(Couto) che butta la palla in calcio d'angolo di piatto e in tutta tranquillità con il proprio portiere a due passi.."


gli onesti !!!

Anonimo,  05 maggio 2008 16:56  

RASSEGNA STAMPA : 6 MAGGIO 2002 (Gazzetta dello Sport)



GLI DEI DI UDINE





Una volta tanto l’Avvocato è felice d’essersi sbagliato. “Vincerà l’inter, gli dei sono con loro”, mi aveva detto domenica 9 marzo, il giorno dopo i due missili balistici di Seedorf che avevano regalato il pareggio a San Siro a un’Inter che la Juve stava per piegare. Gli dei della vittoria, allegri e trionfanti, hanno volteggiato ieri nel bel cielo di Udine. Quelli della sconfitta, impietosi e terribili, hanno dileggiato all’Olimpico un’inter irriconoscibile e svuotata, che s’è fatta infilare quattro volte da una Lazio che aveva tutti contro: il pronostico, la statistica, il pubblico di casa (vergogna!). Onore ai vincitori e onore a Lippi, che ci ha creduto fino all’ultimo e non ha mollato mai. Onore ai giocatori di una Juve superba che si sono regalati uno scudetto da sogno, da conservare per sempre come il più inatteso e bello dei ricordi. Sembra ieri: se n’era appena andato il mago Zidane e già si pronosticava un’annata amara per i bianconeri. E’ finita che Zizou con il suo Real è ora secondo nel campionato spagnolo, mentre la Juve ha vinto, meritatamente e senza trucchi, il suo ventiseiesimo scudetto. Capocannoniere (non capitava dai tempi di Platinì), miglior attacco e migliore difesa del campionato: i numeri sono testardi e spazzano via polemiche e veleni. Che la festa di tutti gli juventini d’Italia cominci e duri a lungo, se la sono meritata due volte. Per l’impresa di quest’anno e per la rivincita della partita di Perugia di due anni fa. Ha ragione Moggi quando dice: ha vinto il calcio, quello vero. Viva il calcio. E onore ai vinti. Il pianto di Ronaldo, affranto su quella panchina dell’Olimpico, con la testa tra le mani e le lacrime sul volto da bambino deluso, resterà l’immagine simbolo di questa giornata, forse dell’intero campionato. Dispiace per lui e per tutti i ragazzi dell’inter, che ora dovranno trovare dentro di loro la forza per reagire. Non c’è niente di più angoscioso che perdere all’ultima giornata un campionato (quasi) vinto. Dispiace per Cuper, eterno battuto, maledetto dalla sorte. E dispiace soprattutto per Moratti, il miglior presidente che un allenatore e un calciatore possano augurarsi. La classe e lo stile del presidente dell’inter danno torto a Vasquez Montalban quando scrive:”Nessuno è mai diventato tifoso per via del prestigio del presidente di un club”. Nel caso di Moratti si può fare un’eccezione, l’uomo lo merita.





IL SENSO DELL’IMPRESA


di Candido Cannavò





La tempesta delle emozioni si è placata. Al di là del drammone dell’inter, del Ronaldo disperato con la testa tra le mani, del volto impietrito di Moratti, del tunnel di follia in cui si sono immolati, c’è la Juve. Al di sopra del miserabile folclore degli indovini, del flusso e riflusso di veleni, del vomito di Lippi, dei dietrologhi che garantivano di una Lazio imbelle, di una combine già decretata e di trattative di mercato sporche e sotterranee, c’è ancora la Juve. Campione d’Italia per la ventiseiesima volta. Nel ventre del calcio si agita la forza di una verità indomabile, spesso fantasiosa, talvolta ai confini estremi dell’imprevedibile. Nessuno riesce a sfregiarla o a condizionarla. Questa verità oggi dice:Juve. E non è solo la verità inconfutabile dei numeri. Io vedo il disegno avvincente di un’impresa che si riflette irridente, contraddittoria, provocatoria, sulle briciole del sogno nerazzurro. Bisogna farle onore. Sono passate almeno cinque settimane. La Juve, bloccata sul pari dalla Lazio, era precipitata a sei punti di distacco dall’inter. Sui giornali e nelle tv compariva, severa e motivata, la parola fallimento. Nulla da dire: in quel momento, fallimento era. La ricostruzione della grande Juve, passata per il sacrificio di Zidane è consacrata a una scelta tipicamente atletica, sembrava proprio fallita. Moggi, regista del cambiamento, era con le spalle al muro: ma lui, si sa, non viene mai discusso. Può licenziare, non essere licenziato. Lippi, al contrario, vedeva traballare la sua panchina. Nella Juve certe frecciate che arrivano dall’alto sul gioco della squadra non sono mai casuali. Fiducia, rinnovo del contratto: parole. Si sa bene come finì con Ancelotti. La grande impresa, dunque, parte da quel clima di fallimento che, però, non è stato mai clima di disarmo. Lippi parlò bene:”Vinciamo le cinque partite che restano e poi se ne parla”. Non era un estremo atto di fede, ma un compito-limite. La Juve lo ha svolto in modo impeccabile. Certo, neanche i 15 punti delle cinque vittorie consecutive sarebbero bastati ai bianconeri se l’Inter non si fosse piegata su se stessa, dopo una regolarissima corsa di testa. Calo atletico, debolezza mentale, centrocampisti stremati, innamoramento eccessivo del superattacco a danno di una difesa da brividi cronici. Un po’ di tutto. Cuper conserva i suoi meriti, ma non ha saputo gestire nella fase decisiva l’emergenza di una stanchezza crescente, mentre aveva gestito benissimo all’inizio gli affanni di una formazione priva di Vieri e Ronaldo. Forse sono ingenerosi discorsi del dopo. Ma chiamiamo ogni cosa col proprio nome: quello dell’Olimpico è stato un suicidio. Al di sopra di tutto questo castello di esaltazioni e di dolori, ecco dunque la Juve trionfante con il suo scudetto in pugno. Un’immaginetta antica e sempre attualissima. Da “meno 6” rispetto all’inter a “più 2”. In cinque domeniche. L’impresa delle imprese. O, se volte, il più fantastico fallimento che la storia ricordi.





Pagina 2





L’INTER PAGA LA GRANDE ILLUSIONE


Clamorosa sconfitta per la squadra di Cuper scavalcata anche dalla Roma


Nerazzurri frastornati: tutto l’Olimpico è con loro, ma la Lazio rimonta e li travolge


Cuper ha schierato una formazione troppo sbilanciata in avanti





Di Lodovico Maradei





ROMA- Come si prevedeva era tutto per l’inter l’Olimpico, ma non lo era la Lazio che ha giocato fino in fondo con onesta professionalità la sua partita e ha così provocato uno di quei ribaltoni che rimarranno indelebili nella storia del campionato. La fatal Verona, la fatal Perugia ed ora questa fatale Roma per un’Inter vittima dei suoi errori, tra i quali, gigantesco, quello di aver creduto che la partita decisiva era vinta prima di giocarla. Un tonfo terribile stampato sui volti di un Ronaldo piangente in panchina e di un Moratti pietrificato in tribuna. Dal primo posto al terzo nel giro di pochi minuti; dallo scudetto all’obbligo dei preliminari in Champions League. Non è bastato l’errore di Peruzzi dopo 12’ che consentiva a Vieri di portare di portare in vantaggio la squadra: non è bastato il colpo di testa di Di Biagio a stabilizzare definitivamente la partita sul 2-1: l’Inter era come un secchio senza fondo, l’acqua che raccoglieva in attacco, la perdeva in difesa. Ogni volta che trovava il gol dei tre punti cedeva alle lusinghe di un pubblico tutto dalla sua parte e non si accorgeva che in campo c’era chi non era rassegnato alla sconfitta. Dapprima qualche laziale in ordine sparso, Fiore che correva ovunque a concertare manovre ficcante, poi Stankovic che s’impegnava come da tempo ha fatto in questa sua stagione in controtendenza con la Lazio, infine Poborsky che ci metteva rapidità, opportunismo e rabbia nella sue realizzazioni facilitare comunque dalla scelleratezza della difesa avversaria. Alla fine tutti i biancazzurri ci hanno messo l’anima, hanno capito che non potevano lasciare quei compagni a battersi da soli. Simeone segnava il gol del sorpasso quasi scusandosi con i suoi vecchi amici interisti, ma sul 3-2 non c’è stata più gara. Da una parte correva e combatteva una Lazio orgogliosa e furente, dall’altra un’Inter a rotoli soprattutto nel morale. Ed è arrivato il 4-2 di Indaghi, il palo di Cesar. Si capiva che l’inter non avrebbe più dato dispiaceri a Peruzzi e che la Juve non sarebbe stata più rimontata come era successo domenica scorsa con i due gol al Piacenza nell’ultima mezz’ora. Adesso è difficile dire dove l’Inter abbia gettato al vento questo scudetto che credeva ormai tanto suo dopo 13 anni di vana attesa. Non l’ha perso soltanto all’Olimpico, questo è chiaro. Forse è stata contro l’Atalanta a San Siro l’occasione veramente mancata. Poteva chiudere lì il campionato e invece, facendosi superare dagli uomini di Vavassori, ha rimesso in gioco la Juve. E che i bianconeri erano diventati gli avversari più pericolosi era scontato visto il calendario che assegnava all’Inter all’ultima giornata la più insidiosa delle trasferte. Insidiosa perché la Lazio, sebbene reduce da una stagione infelice, era pur sempre un avversario di rango e insidiosa proprio in considerazione dello stato di forma precario dei nerazzurri evidenziato in tutto quest’ultimo mese. Anche quando l’Inter vinceva, l’Inter soffriva le pene dell’inferno e rischiava l’indicibile persino contro il Brescia e il Piacenza in casa. L’illusione che questa gara dell’Olimpico fosse alla sua portata non poggiava su basi tecniche, ma sulla convinzione, risultata poi terribilmente errata, che Nesta e compagni si sarebbero mostrati arrendevoli, in linea con il loro pubblico. Così non è stato e nell’Inter sono venute alla luce tutte le lacune di questi ultimi tempi nei quali il gioco era andato a rotoli e solo i gol delle sue grandi individualità tenevano in corso la squadra. Ha sbagliato anche Cuper all’Olimpico partendo subito con una formazione altamente offensiva e a rischio se la partita, come è avvenuto fosse stata “vera”. Due punte come Ronaldo e Vieri corredati ai lati da Conceicao e Recoba, il che inevitabilmente portava i due centrocampisti ad agire molto alti. Se si considera che Di Biagio è stato uno dei più decisi assalitori dell’Inter, si capirà quanto sia rimasta abbandonata a se stessa la difesa nerazzurra. C’era una volta la zona libera davanti a Materazzi e compagni nella quale Fiore e Stankovic hanno fatto sfracelli. E di questo il tecnico non si è preoccupato neppure quando con Di Biagio al 24’ l’inter aveva rimediato al primo gol di Poborsky arrivato al 20’ su cross di Fiore stupendamente smarcato in area nerazzurra da una scucchiaiata di Stankovic. L’Inter non ha serrato le linee, non si è piazzata in posizione più prudente e la Lazio non ha continuato a portar minacce. Il 2-2 è venuto per gentile concessione di Gresko che di testa ha fornito l’assist al ceko, ma già prima c’erano stati segnali di pericolo davanti a Toldo. Nella ripresa non c’è stata più partita: nerazzurri furenti, ma inoffensivi con Vieri e Ronaldo che si pestavano i piedi, con Recoba che si accentrava troppo e con la Lazio che continuava ad andare via in contropiede (Paparesta graziava Cordoba falloso su Indaghi lanciato a rete): quasi inevitabile il 3-2 di testa di Simeone, specialista quanto Di Biagio, e poi il 4-2 rendeva i cambi di Cuper inutili: Dalmat era da mandare in campo prima, non sul 3-2: Cesar che aveva sostituito Stankovic infortunato mandava a rete Indaghi solissimo davanti alla rete di Toldo e colpiva lui stesso il palo. L’Inter aveva già abbassato la guardia e il capo di fronte ad una disfatta, a guardar bene, innescata a miccia lenta da lontano.





ZOOM


La Chiave


1) Zaccheroni è stato bravo a piazzare Simone Indaghi solo in profondità e Fiore a muoversi libero tra difesa e centrocampo nerazzurro.


L’Alternanza


2) L’Olimpico decide lo scudetto per il quarto anno consecutivo: la prima volta in modo negativo, poi per due volte fu festa, ieri ancora pianti.


Come H.H.


3) Si cercano sempre accostamenti tra Helenio Herrera e Hector Cuper. Da ieri ce n’è uno nuovo: entrambi non hanno vinto lo scudetto al primo colpo.





ANCHE 67 ANNI FA LA LAZIO CON L’INTER…





Corsi e ricorsi della storia. Campionato 1934-1935, Inter e Juventus arrivano all’ultima giornata appaiate in testa alla classifica con 42 punti. Lo scudetto si assegna in volata: la Juventus vince a Firenze contro i viola per 1-0, l’Inter perde in casa della Lazio per 4-2. Lo scudetto va ai bianconeri. Proprio come 67 anni dopo…











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JUVE, LA FESTA CHE NON T’ASPETTI


A Trezeguet e Del Piero bastano 11’ per liquidare l’Udinese


Poi comincia un’altra partita che si gioca tutta alla radio


Dopo 2 minuti la Juve era già virtualmente campione, ma a quel punto ancora nessuno ci credeva…





Di Alberto Cerruti





UDINE – E’ qui la festa. Qui dove pochi se l’aspettavano, e non a Roma dove tutti l’avevano già preparata. Qui dove negli ultimi 3’ di recupero Capitan Conte, simbolo di una squadra che non si arrende mai, alza le braccia verso le tribune, come faceva Cereo, per moltiplicare l’entusiasmo del pubblico. Qui dove al fischio finale, mentre Moggi piange di gioia, Lippi corre verso la curva saltando (quasi) come Malsani. Qui dove tutta la Juventus, quattro anni dopo l’ultimo tricolore datato 1998, celebra il suo scudetto numero 26. Il più bello, ma soprattutto il più inatteso per come si stavano mettendo le cose, almeno fino al secondo pareggio della Lazio contro l’inter, pochi istanti rima dell’intervallo. Abituati ormai a convivere coi veleni, i sospetti e la dietrologia, neppure i vip juventini in tribuna d’onore credevano che la Lazio riuscisse a tenere il pareggio fino al termine. Figuriamoci quindi se a quel punto, con tutto il secondo tempo ancora da giocare, potevano immaginare che l’inter si sarebbe fatta addirittura superare. E invece mentre il quartetto Bettega-Giraudo-Moggi-Gai, in rigoroso ordine di poltroncina, seguiva con aria apparentemente impassibile il progressivo crollo dei nerazzurri, quello che sembrava un sogno impossibile si è avverato. Senza alcun brivido supplementare a Udine, perché la Juventus il suo dovere lo aveva già fatto, con ammirevole tempismo. Pronti via e dopo 1 minuto e 7 secondi, ecco il gol di testa di Trezeguet, libero di prendere la mira sul cross da destra di conte. A Roma, l’inter è ancora sullo 0-0 e quindi, dopo meno di due minuti, la Juve è già virtualmente Campione d’Italia. Nessuno s’illude, però. Un po’ perché è troppo presto e un po’ perché al 6’ Sosa spaventa Buffon, con un gran tiro fuori di poco. Passano altri 5’ e la Juve raddoppia, con uno splendido lancio di Trezeguet per Del Piero, che si allarga sulla destra nel deserto e batte De Santis con un perfetto diagonale. E a quel punto dopo meno di un quarto d’ora, con la Juve sul 2-0, finisce la partita sul campo e ne comincia un’altra, vissuta direttamente alla radio in tribuna, o filtrata da brusii e dai boati dei tifosi in campo. Non è proprio il caso, quindi, di cercare spiegazioni tecniche o motivazioni tattiche, per raccontare gli altri 84’ giocati, o meglio trascorsi al “Friuli”. E allo stesso modo, non è il caso di prendere troppo sul serio l’opposizione dell’Udinese, che gioca con le gambe molli e la testa vuota dopo essersi salvata con una settimana d’anticipo. Colpita e affondata dopo meno di un quarto d’ora, la squadra di Ventura si affida unicamente agli spunti isolati dei suoi tre attaccanti: il vivace Muzzi che parte dalla destra ma si sposta spesso al centro, alle spalle dell’impreciso Sosa, e del vivacissimo Di Michele. Senza adeguati rifornimenti, e di fronte al muro formato dai due centrali Ferrara e Iuliano, rinforzando ai lati da Thuram e Montero, neppure il tridente dell’Udinese riesce però a pungere come dovrebbe, e infatti Buffon deve intervenire la prima volta soltanto al 44’, ma per deviare un azzardato colpo di testa di Montero. Se l’Udinese appare rassegnata, la Juventus si mostra appagata dal doppio e rassicurante vantaggio iniziale, tanto è vero che le due conclusioni di Trezeguet e Del Piero rimangono le uniche nello specchio della porta avversaria, non soltanto nel primo tempo, ma in tutta la partita. Così, più ancora che in altre occasioni, nella Juve brillano gli uomini di fatica, quelli che lottano su ogni pallone in mezzo al campo, stroncando sul nascere qualsiasi presunta velleità di rimonta degli avversari. E in questo senso difficile fare una graduatoria di meriti tra Tudor che oltre a dirigere il traffico sfiora il gol, Conte che più di qualsiasi altro incarna lo spirito della Juve, e Davids che sprizza grinta fino a un secondo prima di uscire dal campo tra una meritata ovazione. Preziosi custodi del vantaggio acquisito e del già robusto quartetto difensivo, i tre mastini di centrocampo mandano regolarmente a vuoto i rispettivi dirimpettai Pinzi, Marcos Paulo e Pieri, mentre Helguera si accontenta di gironzolare attorno a uno svagato Nedved. Inutile, quindi, attendersi clamorosi colpi di scena sotto i propri occhi. Stavolta le emozioni arrivano alle orecchie, con i minuti che scandiscono gol invisibili, ma festeggiati da tutti. L’urlo che annuncia la rete del 3-2 di Simeone arriva all’11’, lo stesso minuto in cui nel primo tempo aveva raddoppiato Del Piero, seguito poco prima della mezz’ora dall’annuncio della quarta rete della Lazio. E così l’ultimo quarto d’ora si rivela un dolce contro alla rovescia, che precede il trionfo di una squadra, prima non a caso al capolinea tricolore. Perché è vero che la Juventus è brava a raccogliere il pacco dono dell’inter. Ma è anche vero che ha avuto la forza di smuovere il macigno di sei punti di svantaggio, vincendo le ultime cinque patite. E se alla fine ha il miglior attacco e la migliore difesa, bisogna avere l’onestà di riconoscere i meriti della Juventus. Senza ironia e senza veleni.





ZOOM


La chiave


1) La Juve entra in campo determinata e segna al 1° tentativo, al 2° (11’ minuto) arriva il raddoppio e non c’è più partita perché tutti aspettano notizie alla radio.


La rivincita


2) Del Piero segna il gol che chiude la partita proprio nell’area dove si era gravemente infortunato tre anni fa. Una rivincita contro il destino.


Il regalo.


3) Durante la radiocronaca Rai della partita, più volte si è parlato del 27° scudetto della Juve. Un regalo del radiocronista, visto che questo è “solo” il 26°.











PAGINA 4





TREZEGUET SI SPECCHIA IN PLATINI


Dopo Michel, mai nessun bianconero capocannoniere:”Era il mio esempio, il mio idolo”


“Con i suoi gol è entrato nella storia della Juve. Io sono riuscito a fare come lui”





Di Fabio Licari





UDINE – E adesso a David Trezeguet vengono in mente mille cose: quasi fa fatica a mettere ordine nelle emozioni. Gli viene in mente Michel Platini, il suo idolo da bambino, tre volte capocannoniere con la Juve(1983, ’84,’85): da allora non c’era riuscito più nessun bianconero, ma lui si, 24 gol senza rigori (l’ultimo era stato Graziani nel ’77). Gli viene in mente il calcio d’estate, la Juve che vuole Vieri e l’inter che risponde:”Dateci Trezeguet”, trattativa finita prima di cominciare. Gli viene in mente, forse, l’ultimo campionato maledetto e i 14 gol in 25 partite: se Ancelotti avesse concesso qualche gara in più, chissà. Per uno che, a 24 anni, è campione del Mondo e d’Europa, le emozioni potrebbero essere già finite: per Trezeguet devono ancora cominciare. Mai così bello con la Juve: è il giorno dello scudetto. Mai così felice. Il suo gol di testa dopo un minuto – il solito implacabile gol – era lo specchio di una grande giornata. Sotto gli occhi della mamma, sempre in tribuna (“il gol lo dedico a lei, faremo una grande festa”), è stato il suo 32° centro stagionale, coppe comprese: Vieri s’è fermato a 25, Hubner a 24, Di Vaio a 23. Ma per lo juventino (e per Di Vaio) non è finita: c’è ancora la finale di ritorno di coppa Italia. Trezeguet non c’era e forse non lo sa: il primo anno di Marcello Lippi, 1994-95, la Juve vinse subito scudetto (davanti alla Lazio) e coppa Italia (proprio contro il Parma). Al rientro in bianconero del tecnico, la storia rischia di ripetersi. “Pazzesco, è successo di tutto. Ma il merito è anche nostro: ci abbiamo creduto fino alla fine. Molti ci consideravano morto: invece hanno capito che non molliamo mai. Mai. Per questo la gioia è doppia”. Per questo i tifosi lo amano di più. Nei giorni più difficili, gli ultimi, quando parlare di scudetto poteva sembrare un’eresia, Trezeguet s’è arrabbiato per le voci sul suo futuro e ha detto chiaro:”Io voglio restare alla Juve. Punto. Per vincere: subito e nel futuro. Decido io, non il mio procuratore”. Alla faccia dei tabloid inglesi che un giorno lo portavano all’Arsenal e l’altro idem. A proposito di parole “pesanti”: giusto una settimana fa Trezeguet aveva spiegato perché ci credeva. Testuale:”Non credo che i giocatori della Lazio vogliano fare l’Intertoto: significherebbe perdere tre settimane di vacanze”. Detto, fatto. Mentre Marcelo Salas ringrazia i suoi ex compagni, Trezeguet aggiunge:” La Lazio è stata un esempio di professionalità. Ha dato il massimo e raggiunto il suo obiettivo”. A proposito di obiettivi, Zinedine Zidane. Platini. I francesi che hanno fatto grande la Juve. Se Jean Marie Le Pen non gli rovina la giornata, a Trezeguet viene quasi da cantare la Marsigliese. “Platini era il mio esempio. Il mio idolo. Con i suoi gol è entrato nella storia della Juve. Io sono riuscito a fare come lui e spero di continuare su questa strada”. Oggi, se Trezegol non è nella storia bianconera, poco ci manca. Parla e s’interrompe d’improvviso. Sul monitor scorrono immagini inguardabili da Milano, tifosi dell’Inter contro tifosi della uve. Una smorfia. “Ecco. Questo è il male del calcio. Ma perché?”. Guarda da un’altra parte e riattacca:”In fondo l’Inter era davanti, aveva più possibilità di noi. Ma non ci siamo mai arresi.” Anche se allo scudetto non si poteva ancora pensare. “No, perché non dipendeva da noi. Vincere non bastava, c’era Lazio-Inter. Siamo stati fortunati a segnare subito e chiudere la nostra gara. Poi, però, dopo il terzo gol della Lazio è cambiato tutto”. A Udine si è vinto lo scudetto, ma il giorno della svolta è stato a Piacenza, il gol di Nedved:”Si, quel giorno siamo tornati in corsa. Ma non dimenticate una cosa: al di là della classifica, Juve, Inter e Roma hanno disputato tutte un grandissimo campionato. Tutte.”. Come Trezeguet, che trova il tempo anche per ricordare il suo gol più bello:”Quello contro il Parma, di sinistro”. “Ma tutti i gol sono important – continua – e questo titolo di capocannoniere è il massimo: ho lavorato tanto per conquistarlo. Ma è merito dei compagni”. Una squadra di gente abituata agli scudetti. Ferrara è arrivato a 6 successi (4 Juve, 2 Napoli), David insegue a 5 (3 Ajax, 2 Juve), Conte, Tacchinardi, Del Piero e Rampolla sono a quota 4: poi, in bella compagnia, c’è lui, Trezeguet, due campionati con il Monaco (Francia) e il primo con la Juve. Tutti assieme hanno conquistato il 26° titolo della storia bianconera: ieri, in questa classifica d’Europa, sono state raggiunte Sparta Praga, (Rep. Ceca) e Anderlecht (Belgio) . Restano davanti soltanto in tre: Benefica (30, Portogallo), Real Madrid (28, Spagna) e Ajax (28 ieri, Olanda). Ma il nuovo inseguimento è già stato lanciato. E con un Trezeguet abituato ai golden gol...





DEL PIERO ESORCIZZA UDINE


“HO SEGNATO IN QUELL’AREA


MA PENSO PURE A RONALDO”





“Anche lui tornava dove subì un brutto infortunio. Gli auguro un gran Mondiale”


“Lo scudetto? E’ legittimo e merito di un gruppo che non ha mai mollato”





Di Filippo Grimaldi





UDINE – Ora l’anima è finalmente leggera, e più delle parole, pesano, eccome, le pause, i silenzi e gli sguardi di Alessandro Del Piero. Quel giorno – era l’8 novembre 1998, stesso stadio, stessa area di rigore, con il ricordo di quel maledetto contrasto con Zanchi a pochi metri dal punto in cui ieri ha scoccato la sua sedicesima perla in campionato, portandosi a casa il suo quarto scudetto – ora appare lontano, ma in realtà il cuore è ancora in subbuglio. E il campione juventino è il primo ad ammetterlo, quando parla a chiare lettere di un “destino incrociato con Ronaldo (ieri di scena all’Olimpico, dove il 12 aprile 2000 visse uno dei giorni più brutti in carriera), a conferma del fatto che il calcio sa regalare emozioni particolari. E’ strano pensare che lo scudetto ci sia stato di fatto restituito proprio dalla Lazio, la squadra che ce lo aveva quasi portato via, visto che dopo il pareggio contro di loro (era il 30 marzo, ndr) sembrava che avessimo dato l’addio al titolo”. Invece no, e qui i meriti sono di tutti, “a cominciare da un gruppo straordinario, che ci ha creduto fino in fondo, capace di mettere in campo tutta la sua cattiveria agonistica. Per questo il nostro scudetto è meritatissimo”. Ale l’aveva detto, e pure in tempi non sospetti, che “questa stagione si sarebbe rivelata grande per tre squadre, anche se il nostro successo finale, lo ripeto, mi sembra legittimo. E se poi io ho fatto gol proprio in quell’area, beh, ora penso a Ronaldo, a quelli che potrebbero essere i suoi pensieri, e perciò gli auguro di riscattarsi al più presto, di essere protagonista di un grande Mondiale, arrivando in finale con il suo Brasile”. E non va oltre, perché anche la cabala vuole la sua parte, e il 30 Giugno a Yokohama vorrebbe, eccome, esserci pure lui. Ma non si dice, “anche perché – spiega Ale – prima di quell’appuntamento c’è la coppa Italia da conquistare”. E aggiunge:” Non ho molte altre cose da dire, perché mi pare che il campo abbia parlato da solo”. Giù il cappello davanti alla Vecchia Signora:”Ci abbiamo creduto sempre, pur in un campionato dove arrivare secondi (e la Juve ne sa qualcosa, ndr) è spesso considerato un demerito”. Gli dicono – gli scettici e i maligni – che però non c’era neppure il brindisi pronto negli spogliatoi, ma Del Piero è elegante nel suo dribbling dialettico:”E’ vero, non avevamo preparato lo champagne, ma ciò non vuol dire che noi non credessimo in questo risultato. Semmai, che lo scudetto sarebbe stato particolarmente difficile da conquistare. Lo dimostra il fatto che la Juve non ha mai potuto contare neppure su un match-point a favore, ma ha sempre dovuto aspettare un altro risultato”. Anche se i meriti, sia chiaro, non mutano di una virgola, e pazienza se si tratta di uno scudetti figli di una disavventura nerazzurra. “Una buona stagione – è il bilancio globale di un Del Piero non ancora completamente appagato - soprattutto per le difficoltà legate all’innesto di nuovi giocatori (due nomi su tutti, Thuram e Nedved, ndr) , per di più con mille occhi sempre puntati addosso. Inter e Roma sono state protagoniste di una stagione a grande livello, ma il voto per me e la Juventus rimane alto, molto alto. Anzi, a ben vedere questo tricolore vale pure come piccolo risarcimento per i tanti bocconi amari ingoiati in passato”: Quello recente, e non. Il ciclo bianconero? “Non è cominciato ora, perché noi siamo sempre stati lì”. Nessun pensiero al diluvio di Perugia. Com’è lontano quel 14 maggio 2000. “Il calcio dà e toglie”, filosofeggia un raggiante Buffon. E’ la vecchia favola della ruota che gira, anche se al tono pacato di Del Piero fa da contraltare l’euforia contagiosa di Ferrara, al quindicesimo trofeo personale in carriera:”Ai nostri tifosi dico solo una cosa: godetevi questo scudetto e fate festa grande, come noi. Almeno per una volta, dimentichiamoci del nostro stile un po’ abbottonato”. Ferrara, ma lei scherza? Noblesse oblige.











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LIPPI:”LO SCUDETTO PIU’ BELLO”


“Le esperienze passate hanno spinto a crederci: questa volta è andata bene a noi. Che lotta emozionante con Inter e Roma!”


“Essere richiamato dalla Juve è stato grande motivo di orgoglio, e aver vinto subito è indescrivibile”.





Di Salvatore Lo Presti





UDINE – Marcello Lippi è il ritratto di un uomo felice. Completamente, intensamente, intimamente. Fra abbracci, pacche sulle spalle e strette di mano faticosamente raggiunge la sala conferenze ed è visibilmente commosso. La voce gli trema quando comincia a parlare. “E’ vero, sono commosso – dice Marcello Lippi – ma soprattutto felicissimo. Questo, fra i quattro scudetti che ho vinto con la Juve, è quello che mi rende più felice. Perché dopo aver realizzato un ciclo bello come quello dei miei cinque anni precedenti, sono andato via nelle circostanze che ricordate e, dopo due anni, sono stato richiamato. Il che ha rappresentato già un grosso motivo d’orgoglio per me. Rivincere subito, il primo anno è un grossissimo motivo di soddisfazione.





Pensa che la conclusione della volata scudetto legittimi una superiorità della sua squadra?





“Non so se siamo stati i più forti. Abbiamo cambiato molto e nel campionato c’è stato un grosso equilibrio. L’inter è stata la più continua per rendimento e per posizione di classifica. Noi abbiamo dovuto inventarci un gioco completamente nuovo. Abbiamo avuto molti alti e bassi, perso giocatori importanti. Il nostro grosso merito è stato quello di non esserci mai fatti staccare di più di sei punti. Poi nel finale abbiamo inanellato le cinque vittorie consecutive che ci hanno permesso di realizzare questo recupero. Speravamo, ci credevamo, ma eravamo consapevoli che sarebbe stato necessario che quelli che stavano davanti perdessero. E’ successo e ora siamo qui a goderci questo scudetto.”





Continuare a crederci è stato difficile?





“Uno dei motivi per cui siamo riusciti a crederci sta nel fatto che due anni fa i ragazzi erano stati beffati in una situazione analogia. Quindi sapevano che poteva succede. Comunque tutte e tre le squadre meritano di essere accomunate in un grande applauso. Tutte e tre hanno fatto grandi cose, hanno avuto le loro difficoltà, i loro problemi e le loro pause.”





Il fatto di aver vinto lo scudetto superando l’inter è un motivo di soddisfazione particolare per lei?





“Assolutamente no. Sono felice perché abbiamo vinto lo scudetto noi, ed è stato un successo bellissimo. Capisco la delusione dell’inter ma la mia gioia non è inferiore al loro rammarico.”





E’ stata la partita più emozionante della sua vita?





“Sicuramente, non ho alcun dubbio”.





Le è passato il mal di stomaco?





“Il mio malessere era stato causato da alcune cose successe durante la settimana. Avevo detto che la domenica sarebbe stata una sana giornata di sport e così è stato”.





Ripercorrendo la stagione, cosa c’è alla balse di questo ventiseiesimo scudetto, il quarto suo personale?





“C’è che tutti hanno messo il massimo impegno nel tentativo di ricostruire qualcosa di importante. Abbiamo cambiato più di quanto non pensiate, soprattutto nella filosofia di gioco. Per questo il più caloroso ringraziamento va ai giocatori e l’abbraccio più caldo a Gianluca Pessotto che meritava enormemente di partecipare a questa grande gioia”.





Lippi ha esultato come i giocatori, si è esibito in uno scatto straordinario verso la curva dei tifosi. Poi sono partiti i festeggiamenti. Ma da stamane tutti al lavoro per la finale di Coppa Italia.











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“HA PERSO CHI HA FATTO POLEMICA”


I dirigenti della Juve si tolgono qualche sassolino dalle scarpe. Moggi:”L’inter delusa? Mentirei se dicessi che mi dispiace”





“Lavorare di più e parlare di meno”. Giraudo:”Sono felice soprattutto per Lippi”.





Chiusano:”Peccato solo per l’amico Prisco, sarà rimasto male da lassù”





di Paolo Forcolin





UDINE – Mancano cinque minuti al termine, Moggi, Giraudo, Bettega e il presidente Chiusano siedono uno accanto all’altro, nella tribuna sotto le postazioni della stampa. La Lazio sta vincendo, la Juve sta vincendo lo scudetto. Volti di cera, testi, tesissimi. Provati dalla beffa perugina, non si fidano. Paventano chissà quali tranelli, quali trappole, tra gol interisti uno di seguito all’altro, magari. Moggi ha l’auricolare della radiolina, Bettega mastica una gomma, Girando è terreo. Chiusano, che ha avuto problemi di cuore, regala qualche preoccupazione. Ci avviciniamo a lui, gli stringiamo la mano:”Sono emozionato, sono emozionato”, sussurra. Lui, il presidente di scudetti clamorosi, non riesce a credere che dopo tanto pane amaro, due secondi posti da mille rimpianti, sia arrivata l’ora della focaccia:”Quanto manca? E’ finita? Ma quanto ha dato di recupero? Tre minuti? Nooo, troppi”. Passano. Finisce. Bettega scatta, svicola, attraversa la muraglia di telecamere e di tifosi impazziti di gioia. Mica è Bettega per niente. Chiusano ringrazia quanti si congratulano, sembra un Papa benedicente. Giraudo sorride, ed è raro, quasi uno scoop. Ma è Moggi il personaggio. Il duro Moggi, il tessitore Moggi, il papà di mille polemiche. Piange, Lucianone. E sono lacrime vere, nessun coccodrillo, scivola vorace. Se le asciuga, non fanno parte del personaggio. Si riprende in fretta a dire il vero, solo un attimo di debolezza. Flebile, una frase:”Grazie a tutti quelli che ci sono stati vicini”: Anche su questa verrà fatta un’esegesi? Luciano torna Moggi quando arriva una domanda su Sensi, il nemico, quello dei “belli, buoni, bravi”. Sibila:”Voglio essere educato, neppure lo voglio nominare perché è più anziano di me. E’ stato sconfitto chi ha fatto polemiche, chi ha alimentato la cultura del sospetto. Invece bisogna lavorare di più e parlare di meno. Abbiamo il capocannoniere, la migliore difesa e il migliore attacco, che si vuole di più? A questo scudetto ho sempre creduto e l’ho detto. L’Inter? C’è rimasta male come noi a Perugia, due anni fa. Se mi dispiace? Sarei un bugiardo se dicessi di sì. Ma ora mi piacerebbe incontrare tutti quelli che volevano cacciare Lippi e parlavano di rifondazione della squadra”. Parla anche Giraudo:”Complimenti a tutti, è il quarto scudetto in 8 anni, più tre secondi posti, nessuno ha fatto meglio di noi in Europa. Sono felice particolarmente per Lippi che è tornato nella nostra famiglia: per lui non era facile tornare e vincere subito. Ma in questo momento un pensiero va anche ad Ancelotti. E un grazie a Moggi: ha avuto una parte fondamentale, in questo scudetto. Che dico a Moratti?: di continuare, come abbiamo fatto noi dopo perugia”. Poche parole: ma è giusto dire che, dichiarazioni a parte, il trionfo di Udine è la vittoria di una strategia che da tante parti era stata sbeffeggiata. Via Zidane, via Inzaghi: ma dove vai senza di loro? Ecco Thuram che non gira, ecco Buffon che stenta all’inizio, ecco Nedved che fa un campionato a sprazzi. Miliardi buttati? Per arrivare ancora in posizioni di rincalzo? Lo scudetto è la risposta più bella. Ne gode anche il presidente Chiusano, che finalmente ha riacquistato colore:”E’ lo scudetto più bello e più sofferto. E adesso vogliamo anche la coppa Italia, l’ho ordinato ai ragazzi nel mezzo della festa. Che gli interisti siano delusi mi pare logico, li capisco. Mi dispiace solo per Peppino Prisco, mio vecchio amico. Da lassù ci sarà restato male”. Parole dolci, care, belle. Ma l’occasione è troppo ghiotta, specie per un principe del Foro, per lasciarsi scappare frasi taglienti. Su Cagnotti:”Non si può delegittimare un allenatore proprio alla vigilia di una partita come Lazio-inter”. E su Moratti:”Come dice Trap? Ah, già, non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”.





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QUEI QUINDICI PIU’ GRANDI DI TUTTI





Nella rosa vincente ci sono i vecchietti Conte e Ferrara, il grintoso Davids, il rinato Del Piero.





Buffon è tornato ad essere quello di Parma, Thuram ha saputo adeguarsi al ruolo di terzino, Montero non è più “caldo” come prima, Iuliano diventa sinonimo d’affidabilità





Zambrotta è guizzante come a Bari mentre Nedved ci metteva grinta e imprevedibilità, Pessotto teneva tutti a galla salvando su Batistuta, Trezeguet e Del Piero facevano 40 gol…





Di Paolo Condò





Quindi uomini. Di qualità enorme ma numericamente pochi per vincere, si pensava, specie dopo che il mercato invernale non aveva surrogato in modo squillante la perdità di Salas. Marcello Lippi, invece, li ha fatti bastare per arrivare al sorpresone finale, e questo è il primo dei suoi meriti. Non tutti hanno esaltato, ma in tutti – compresi si meno positivi – abbiamo visto quell’anima di ferro che ha permesso alla Juve di superare le congiunture difficili, e di lanciarsi sul traguardo vincendo al fotofinish.





BUFFON – Oberato inizialmente della supervalutazione, ha bisogno di due alkaselzer, agitatigli da Chievo e Roma, per digerire il peso sullo stomaco. Da lì in poi l’aquilone di Parma ricomincia a volare, e a portare gli invisibili ma fondamentali punti dei grandi portieri, reggendo più volte la pericolante baracca (Piacenza, Udinese, Lazio, Milan) in attesa che i killer offensivi sbrighino il loro lavoro. Media voto 6,33





THURAM – Vince finalmente uno scudetto che avrebbe meritato ai tempi di Parma, quand’era il miglior difensore del campionato; il responso del campo dice che oggi non lo è più, e la disciplina con cui di adegua a un ruolo – terzino – che non sente ne segnala il professionismo, ma a scapito del valore. Da lui Lippi si aspettava molto di più. Media voto 6,10





FERRARA - In tempi nei quali il concetto di “vincente” permea ogni aspetto della vita sociale, il vecchio Ciro andrebbe studiato nelle università, o magari sintetizzato in un microchip per il quale Bill Gates farebbe follie. Atro che Windows: “Ferrara 2002” è un sistema che parte piano (dalla panchina) per rivelarsi nel tempo più infallibile di quando aveva vent’anni. Ciro sa vincere: col sorriso sulle labbra e una sportività superiore, ma anche fredda determinazione a mollare solo dopo la resa dell’avversario. Media voto 6,34





MONTERO – Meno presente degli anni scorsi, quando soltanto le squalifiche lo costringevano ai box, fra un acciacco e l’altro ha dato nuovi saggi del suo magistero difensivo, riaffermando la celebre equazione “se c’è Montero non prendi gol”. Se si esclude la zuffa di Lecce, nessun disastro disciplinare; l’età toglie al fisico ma aggiunge alla testa. Media voto 6,11





TUDOR – L’arma totale della Juve si è vista pochino, troppo frequenti i suoi passaggi in infermeria. Ma quando i medici gli hanno dato l’okay, ha aggiunto alla pulizia difensiva quel plusvalore di gol che ne fa la vera terza punta bianconera. Perché Tudor è si un centrale arretrato di gran classe, ma anche un’anima posseduta dallo spirito dei centravanti. Media voto: 6,36





IULIANO – Anche per lui si profilava una stagione da rincalzo, e sappiamo com’è andata a finire. Mentre gli altri si infortunano oppure hanno un calo di forma, Iuliano è affidabile come una macchina tedesca. Paragone inopportuno in casa Fiat? Ma se come testimonial hanno scelto Totti… Media voto 6,06





PESSOTTO – Letta la classifica scatta la ricerca di quell’unico punto di margine. Dove si trova? Stampato a fuoco sul polpaccio di Pessotto, estrema barriera che all’Olimpico, nello scontro diretto (e con la porta vuota), murò la girata da un metro di Batistuta. Uno scudetto per un polpaccio è una discreta consolazione per un Mondiale perso a causa di un ginocchio. Monumento vivente alla grandezza del gregario. Pessotto stavolta si è concesso la firma. Media voto 6,24





MARESCA – Un campionato in un gesto, le famose corna dopo il 2-2 del secondo derby. Molto limitato il suo contributo, rispetto alle attese; ma quel gol e quelle corna furono un grido di ribellione che galvanizzò l’ambiente. Media voto 6,04





TACCHINARDI – Stagione difficile, verrebbe da dire “di transizione” se le aspettative non fossero state per l’esplosione. Nell’anno del Mondiale ha segnato a lungo il passo, probabilmente perdendo il biglietto per il Giappone; ha dato alla Juve la sua geometria senza inventarsi una creatività che non possiede. Media voto 5,91





CONTE – Assieme a Ferrara è il bianconero che ha trovato l’elisir dell’eternità. Rientrato dalla convalescenza nel periodo in cui tutti chiedevano a Moggi un altro sforzo, s’è meritato la definizione di “nuovo acquisto” conferitagli del suo furbo d.g. Uno sforzo c’è stato, ma di fantasia: Conte non tradisce, bastava ricordarselo. Media voto 6,17





ZAMBROTTA – L’ala fresca e guizzante dei tempi di Bari ha completato la sua trasformazione in cavallo da tiro tatticamente fondamentale. Non è stata indolore, perché in tante occasioni Zambrotta rinuncia alla vetrina personale per il bene collettivo: lo scudetto premia la sua maturità. Media Voto 6,03





DAVIDS – A lungo ai margini della squadra prima perché squalificato, poi perché espulso, infine perché insofferente al turnover, ha ritrovato la sua ragione d’essere nel corpo centrale del campionato, quando la Juve ha rimontato le fuggitive Inter e Roma anche grazie alla sua proverbiale grinta. Media voto 6,06





NEDVED – Una volta trovato il posto giusto al pezzo più complicato della scacchiera – il cavallo – generalmente si vince: è quel che è successo a Lippi, la cu macchina s’è messa a marciare a pieno regime quando Nedved è stato piazzato dietro alla punte. Il cavallo colpisce imprevedibile fuori da qualsiasi geometria; il ceko ha recitato la parte col solito entusiasmo, e a Piacenza ha segnato il gol-scudetto. Media voto 6,25





TREZEGUET – Segnare 24 gol senza giocarsi il jolly dei rigori equivale a una scalata dell’Everest a mano nude, con tre zaini sulle spalle e il cellulare che squilla ogni volta che cerchi un appiglio. Trezeguet l’ha messa dentro in tutti modi – dischetto escluso – guadagnandosi la copertina. Confessiamo di appartenere al partito che non scambierebbe Vieri con nessuno: ma la Juve, rifiutando di dare David all’inter per Bobo, non ha certo sbagliato. Media voto 6,09





DEL PIERO – Equazione confermata: la Juve non vince quando Del Piero segna poco, ma fa fuori tutti quando il suo simbolo va regolarmente in gol. Uno dopo l’altro, quest’anno Ale ne ha messi assieme 16, cifra importante in sé e addirittura spaziale se sommata ai 24 di Trezeguet. Per due anni ci siamo chiesto se stesse tornando oppure no, adesso la domanda è un’altra. Ci farà vincere il Mondiale? Media voto 6,10





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L’AVVOCATO:”GRAZIE, NON CI CREDEVO PIU’ “


Boniperti guarda l’inter, brinda, ma si commuove per Ronaldo:”Avrebbe dato dieci dita di sangue per vincere a Roma.





L’ironia di Agnelli:”Dopo il 2-2 di Inter-Juve pensavo fosse finita, mi è venuto qualche dubbio quando ha parlato Sensi…”





Di Enrica Speroni





Lo scudetto pubblico: festa in campo. Caroselli. Telecamere su mille espressioni di gioia. Lo scudetto intimo: stessa felicità, ma nascosta ai più. Quella, ad esempio, dell’avvocato Agnelli che ha vissuto il 26° trionfo della sua Juve a casa, a Torino. Guardando Lazio-inter. La soddisfazione è tanto più grande perché figlia dell’incertezza. Lo rivela nella dichiarazione resa all’Ansa:”Quando Seedorf fece quel gol al 94’ a Milano contro la Juventus credevo che ormai tutto fosse a favore dell’inter. Poi – aggiunge con ironia – mi è venuto qualche dubbio quando Sensi disse che avrebbe vinto la Juve. Non si vince senza merito, Lippi e la squadra vanno elogiati perché non hai mai smesso di crederci. Mi spiace per l’inter: ho visto le lacrime di Ronaldo. Ma il calcio è anche grandi delusioni. Noi l’abbiamo vissuta a Perugia. Lo scudetto alla Juventus è una gioia che si condivide col maggior numero dei tifosi. Grazie Juve”. Gioia privata, privatissima anche quella di Giampiero Boniperti, presidente onorario e simbolo del club tanto da essere eletto juventino del secolo. Cinque scudetti da giocatore, nove da presidente in carica, quest’ultimo decennio da spettatore attento ed appassionato… “Abbiamo vinto anche stavolta”: neanche il tempo di portare la domanda e Boniperti tutto d’un fiato ha già detto quel che doveva. “Ho girato un po’ di qua e un po’ di là, ma ho guardato soprattutto la Lazio perché era lì che si decideva il campionato. Se vinceva l’inter addio… I bambini guardavano i cartoni animati, ogni tanto si affacciavano poi c’erano mia moglie e mia figlia…”





Ricominciamo, presidente. Ha guardato la Juve o l’Inter?





“Prima la Juve, però nelle pause giravo sull’Olimpico. Ho visto i gol di Trezeguet e di Del Piero, quel punto mi sono tranquillizzato e mi sono dedicato alla Lazio”.





Pareggio di Poborsky: non una, ma due volte.





“Oh, madonna, ho pensato “qui per l’inter si mette male… mi dispiace per Moratti e anche per qualche giocatore, Vieri, Ronaldo, Toldo… e mi dispiace davvero. Perché chi ha vissuto di calcio sa che queste sono delusioni crudeli, difficili da spiegare. Non è un’amarezza che si condivide in famiglia, no, sei sotto gli occhi di tutti e questo fa ancora più male. Le lacrime di Ronaldo in panchina non possono lasciare indifferenti: lui per vincere avrebbe dato dieci dita di sangue. Io ho provato a vincere uno scudetto negli ultimi minuti e ho provato a perderlo a un passo dalla fine, sono momenti terribili in cui tutto si dilata. La gioia e la sofferenza diventano quasi insopportabili: non sei soltanto tu, hai addosso tutta la gente che ti ha seguito per un anno.”





E’ difficile fermarlo. Da come ne parla sembra che Boniperti non avesse messo in preventivo la sconfitta dell’Inter. “Non è questo, io nel sorpasso della Juve ci speravo eccome. E da juventino prima di cominciare a giocare avrei voluto essere l’Inter… Ma non mi aspettavo di vedere i nerazzurri così bloccati. Oltretutto erano andati in vantaggio due volte. Nel secondo tempo non hanno giocato, erano annichiliti”.





La Lazio ha avuto due avversari: i suoi tifosi e l’inter.





“Eppure la vittoria voleva l’Uefa. Non credevo si potesse arrivare sino a questo punto.”





Lei è stato un cattivo profeta: la Juve ha venduto Zidane eppure ha vinto lo scudetto.





“Ci fosse stato Zidane l’avremmo vinto cinque domeniche prima”.





Il suo podio?





“Pessotto, poi la coppia Del Piero-Trezeguet”





Ha brindato?





“Naturale. Ma con la Coca Cola perché c’erano i nipotini”.





A proposito di nipotini. C’è un altro Boniperti all’orizzonte: si chiama Filippo, ha 10 anni, è centrocampista nella squadra Giovanissimi della Juve. Il nonno stravede per lui. “Venerdì ha giocato un torneo a Vercelli: è stato premiato come miglior giocatore”. Un’altra buona notizia.











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IN ITALIA VA IN ONDA LA FESTA BIANCONERA


Da Udine a Torino la Juventus accende le piazze e spegne il nerazzurro





I gol dell’inter sul tabellone, i tifosi che non nascondono la delusione. Poi l’incredibile apoteosi nello stadio Friuli, che anticipa i festeggiamenti di una Torino bianconera ubriaca di gioia. E quando la Roma riparte da Caselle dopo la partita con il Toro, l’aereo della squadra di Lippi è pronto al rientro: un ideale passaggio di consegne.





Di Francesco Bramardo e Sergio Ghisleni





LaVecchia-Signora-ha-vin-toan-cora. Va scritto e letto così perché è un grido corale: quello degli juventini che ci credono “sempre e comunque” (citazione da uno degli striscioni di curva Sud). Comunque, questo scudetto è roba da non credere anche per i più “malati di Juve” (altro striscione) fra gli almeno 15milan tifosi bianconeri accorsi al Friuli. La prova è in quanto accaduto sulle gradinate juventine al minuto 19 del primo tempo. Da 7 minuti l’inter conduceva 1-0 e il popolo bianconero un po’ taceva, un po’ mugugnava. Ma che fanno all’Olimpico? “Giocan al Subbuteo: tirala là, che io vò lì…”, commentava acido uno dei molti bianconeri d’area tosco-emiliana, saliti in Friuli (regione di caserme) a mischiarsi nel grande caleidoscopio d’italianità bianconera. “E’ già tutto scritto, ma non come diceva Sensi”, commentavano velenosi altri. Ma chi l’avrebbe detto che un’ora e mezzo dopo, tra partita, intervallo e recupero, sarebbe partita la festa per un tricolore già vestito di nerazzurro? Poi, a Torino, per la Juve arrivano gli incroci scudetto. Ore 18:30: Montella, Batistuta, Tommasi e Capello firmano gli ultimi autografi, i tifosi della Roma non demordono, delusi ma non affranti. “Annamo in Championn, la Juve la faremo fuori l’anno prossimo” abbozzano una decina di ragazzi, sciarpa al collo, l’ultimo ringraziamento, a pochi passi i primi avamposti del tifo bianconero guardano e sorridono. Ore 19.10: il volo Az1428 per la capitale decolla, lo scudetto resta qui, virtualmente custodito nella saletta “bagagli smarriti” in attesa che qualcuno lo reclami. Ore 19,30, il ruscello di auto in partenza dal cuore della città, da piazza Castello, da via Roma e piazza San Carlo trova nuova linfa sulla tangenziale in direzione aeroporto. Ore 20: il ruscello è ormai un fiume in piena. Gli argini rischiano di cedere. Le strade intorno a Caselle sono intasate, le forze dell’ordine per evitare il peggio chiudono l’area intorno all’aerostazione, chi vuole prosegue a piedi. Un paio d’ore di attesa ed il cambio di consegne per lo scudetto dalla Roma alla Juve, è completato. Il charter partito alla volta di Udine atterra alle 21 tra urla assordanti, cori, mortaretti e trombe a tutto volume. Quattro anni di digiuno sono troppi per chi era abituato fin troppo bene, a vincere tanto, e di frequente. Così si spiega l’invasione pacifica in città prima, centomila persone per le strade, all’aeroporto poi, duemila tifosi accorsi a salutare i propri beniamini. Marcello Lippi accompagnato dai dirigenti della società, da Roberto Bettega all’avvocato Chiusano, da Antonio Giraudo a Luciano Moggi si materializzano alle 21.10 nella sala arrivi tra il tripudio della gente. Una manovra diversiva per cedere l’uscita secondaria alla squadra. Pochi secondi e la fuga in sordina è smascherata. Fuggi fuggi verso il pullman della squadra e breve assedio. David Trezeguet si salva dalla stretta dei tifosi grazie ai centimetri che lo hanno favorito in un campionato sugli avversari, altezza e potenza da capocannoniere. “Trezegol ce l’abbiamo noi, ce l’abbiamo noi” canta il popolo juventino. David sorride, le gesta, le imprese di Pippo Inzaghi sono un lontano ricordo. Ventiquattro gol senza calci di rigore, un bel bottino, sulle spalle del francoargentino una fetta scudetto. Ale Del Piero, Salas, Iuliano, Pessotto, anche il nome del magazziniere viene in mente in una sera speciale. La notte è lunga. C’è la televisione che aspetta la passerella, e bisogna festeggiare, brindare, cena e quattro salti in discoteca, la solita, quella che porta bene, sulla collina. Intanto arrivano gli echi da Tutta Italia, un popolo in festa, Caroselli a Viareggio, nel centro città e al quartiere dell’ex Campo d’Aviazione dove abita Marcello Lippi. Uno scudetto con lo striscione portafortuna dello Juventus Club Viareggio che il presidente Piero Ruscello e altri venti tifosi hanno esibito a Udine:”Grazie Lippi, facci sognare”. “Lo avevamo già esposto – ha ricordato Russello – negli anni scorsi quando Lippi era stato con successo alla guida della Juventus”. Se mezza Italia festeggia fino a tarda notte, l’altra metà di Torino chiusa in casa, le serrande abbassate, si consola a suo modo. “Questa volta non potranno sfotterci per un anno intero, siamo in A e la nostra piccola Europa ce la siamo conquistata” replica il popolo granata. Undicesimo posto, misteri del calcio-business: anche chi è in fondo oggi può sorridere, amaramente, con invidia, ma sorride.


GRAZIE VERAMENTE INTER............

Anonimo,  05 maggio 2008 17:02  

RASSEGNA STAMPA :2° parte (Altri giornali)





CORRIERE DELLO SPORT



IL CALCIO È ONESTO NON VOMITATE di Italo Cucci





La Juve ha vinto uno dei campionati più belli della sua storia. Lo dico non perché me l’ha raccontato qualcuno: ne ho vissuto diciotto, dei suoi ventisei trionfi, e sono testimone dell’immenso coraggio e dell’incredibile determinazione che le hanno permesso di vincere un torneo che un mese fa era già stato perduto. Per ammissione di tutti, anche di molti vip Juventini. Pochi avevano fatto i conti con una realtà incontrovertibile: sono i giocatori, alla fine, a decidere. I giocatori della Juventus hanno avuto la forza di non mollare. I giocatori della Lazio il coraggio di non cedere al paradossale appello dei tifosi alla resa, quelli dell’Inter hanno palesato l’incapacità di vincere. E la conferma viene, puntuale, dallo sfogo incosciente di Materazzi che ha accusato i laziali di avere fatto il loro dovere…come l’aveva fatto lui il giorno di quel fatale e bagnatissimo Perugia – Juventus.


Avrei potuto cominciare questo pezzo come lunedì scorso: “Non è solo un campionato avvincente, questo, ma anche onesto”. Potrei anche elencare tutti quelli che si sono messi a ridere e l’hanno messo in dubbio, a cominciare da chi era convinto delle disonestà del calcio al punto da esser preso da violenti conati di vomito. È che il calcio è pieno di imbucati che straparlano e a volte…trascrivono. Ma ci magnano. Abbondantemente. Spesso non sanno perché non c’erano; oppure c’erano ma non capivano; o addirittura capivano ma facevano finta di nulla perché impegnati in una sola ricerca: l’alibi. Il calcio, se Dio vuole, è superiore alla meschinità di chi non l’ama.


Se alla mia età, avendone vissute e viste e sentite di tutti i colori, sono ancora qui ad appassionarmi al gioco più bello del mondo insieme a milioni di italiani che, come me, hanno giurato eterna fedeltà a questa spettacolosa fabbrica di emozioni, è perché in un Paese dove quasi nulla è credibile il calcio è spesso al vertice dell’onesta. Almeno per durata.


È finito il campionato numero 100 e le storie disoneste hanno a malapena disturbato oltre un secolo di vicende gloriose. Certo, lavora a pieno ritmo anche la macchina dei corruttori, dei furbi, dei cialtroni, ma questi non cela fanno a prevalere, a vincere, a distruggere. Non ce la faranno mai. Perché il pallone si fa beffe di tutti e di tutto. La gioia debordante di Del Piero e le lacrime di Ronaldo sono la più valida testimonianza dell’onesta quanto drammatica fine del torneo. Del Piero è tornato grande sul campo che pareva averlo condannato alla fine della carriera; Ronaldo è tornato a soffrire sul campo che gli aveva procurato il più grande dolore della sua vita. Guardate questi ragazzi, e cercate di capire il Grande Gioco che s’intreccia col Destino.


Cercate di capire anche perché un altro giocatore, Roberto Baggio, si sente in diritto di essere convocato per i Mondiali: un capolavoro di umiltà e di abnegazione, il suo, che non ha pari. Altri illustri titolari della maglia azzurra non hanno avuto cuore e muscoli come lui. Il calcio va avanti non solo per le genialità degli strateghi, per l’abilità dei manager, per i soldi dei presidenti: gli uomini che contano, alla fine, sono quelli che sul campo finiscono per dire inevitabilmente la verità. Anche se qualcuno li preferirebbe bugiardi.


Complimenti alla Juve che ci ha creduto mentre l’Inter crollava. La Juve ha le palle. Proprio come le ebbe quasi trent’anni fa, quando seppe aspettare la “fatal Verona” di un Milan all’apparenza travolgente, per cucirsi addosso lo Scudetto numero 15. Era la Juve tripallica di Zoff, Furino, Morini, Salvadore e Cuccureddu; la Juve elegante e potente di Causio, Altafini, Anastasi, Capello e Bettega; la Juve di Boniperti e Vycpalek. Mentre scrivo mi arriva la notizia dell’improvvisa morte di “Cesto” e li piango con tanta nostalgia di quei tempi. Era scritto anche questo nel Destino?


Complimenti anche alla Lazio che ha fatto il suo dovere fino in fondo uscendo pulita e…Europea da un diabolico intrigo. E alla Roma che, confermando con il secondo posto la sua appartenenza di diritto al Gotha del calcio, ha onorato il suo favoloso trionfo di un anno fa anche se si negava ingenuamente il bis. E nessuno si offenda, allora, se dico che questo Scudetto è nato a Roma.







DEL PIERO, LA RIVINCITA PIÙ BELLA di Alessandro Vocalelli





Lo Scudetto si pesa in miliardi, ed è singolare che la Borsa continui a portare così tanta fortuna: tocca alla Juve, dopo la Lazio e la Roma, ma lo Scudetto è anche e soprattutto una storia di uomini, emozioni, passioni. È la storia amara del grande Ronaldo, che all’Olimpico sognava di prendersi, sul suo stesso destino, una sublime rivincita. Dimenticare le urla, le lacrime, di quell’infortunio in diretta di due anni fa: invece no, eccolo triste, il Fenomeno, tornare in panchina. Il viso raccolto dentro le mani, mentre il silenzio, una colonna sonora impensabile, continua a scandire, un battito leggero e impalpabile, la più dolorosa sconfitta sportiva. È la storia di Vieri, che all’Olimpico aveva già pianto una volta: quando la Lazio perse lo Scudetto in extremis col Milan. È la storia di David Trezeguet, a cui la Juve in estate aveva felicemente affidato il pesantissimo compito di scacciare il fantasma di Bobo. I 24 gol del francese, primo Juventino a vincere il titolo di cannoniere dopo Michel Platini, sono lì a dimostrare che Giraudo, Bettega e Moggi avevano visto benissimo. Per Vieri si potevano spendere anche 130 miliardi. Ma per Vieri non si poteva dar via quel centravanti, elegante e potenzialmente grandissimo, capace di prenotarsi per la conquista del Pallone d’Oro. Se ai Mondiali ripetesse il finale dell’Europeo ’98, chi potrebbe negarglielo?


Ma la storia di questo Scudetto, elettrizzante, fantastico, così regolare da non accettare e ammettere il disgusto di Lippi, è soprattutto la storia di Alex Del Piero. Che ha timbrato, con 16 centri e con l’ultimo gol Juventino del campionato, la voglia di esserci e di deglutire, in un attimo, lo stordimento ed il dolore che dal ginocchio saliva al cervello, in quel terribile 8 Novembre del ’98. Nello stesso stadio, e nei pressi della stessa area in cui è arrivata la rete del due a zero con l’Udinese, Alex scoprì quel giorno una parte dei suoi critici a oltranza e, una cicatrice indelebile, perse forse la fiducia in se stesso. Non è stato facile tornare Del Piero, passando per un lungo e serio infortunio, per le malignità di chi continuava a ripetergli che non sarebbe più stato esplosivo e implacabile come nei suoi primi anni, per quelle ferite che solo l’amore e l’affetto dei suoi tifosi sono riusciti a tenere pulite. Tre mesi fa, nel momento più duro e difficile della Juventus, non fummo popolari a suggerire alla società, alla sua gente, di continuare ad insistere e a credere nel suo campione più solare, più limpido, più naturale e più malinconico. Assieme a parecchi fax, a parecchie e-mail a favore di Alex, arrivarono anche tanti messaggi, ispirati da quel venticello che soffia a seconda delle esigenze e dei momenti, inaccettabili ed acidi nei confronti di un ragazzo sensibile e di un campione indiscutibile. Già messo a dura prova dalla sfortuna e capace anche di rendersi impermeabile all’amarezza, terribile, di un successo buttato all’Europeo. Un paio di errori sfregiarono le sue debolezze, portarono Zoff a dimettersi per le polemiche che ne scaturirono, mentre lui, Alex Del Piero, continuava a ripetere al mondo: “È colpa mia, solo colpa mia”. Quanti, in un ambiente di bugie e falsità, avrebbero fatto altrettanto?


È anche per questo che, allo Scudetto numero ventisei della Juve, viene da abbinare in un lampo il suo capitano. Testardo e presente, anche per l’infortunio di Salas, non come il purosangue che è, ma come un qualsiasi gregario. Confidenziale e sereno, come un mese fa si è mostrato a “Sportivamente”. Divertente ed arguto, come una settimana fa si è raccontato a “Controcampo”. Perché il calcio ha bisogno di miliardi e interessi, ma non può mai prescindere dalle sue storie di sentimenti, passioni. Di uomini. Capaci di essere semplicemente se stessi.


Bentornato Godot.







Le Pagelle di Udinese - Juventus


Muzzi non molla mai


Conte è il vero perno





UDINESE


De Sanctis 6 – Nulla può fare in occasione dei due gol Scudetto dei Bianconeri.


Kroldup 5,5 – Lascia molti spazi ai Bianconeri che si avventurano dalla sua parte.


Zamboni 5 – Dovrebbe essere il perno della difesa friulana, ma alla prova dei fatti gira a vuoto come una trottola.


Mandredini 5,5 – Lo ricordavamo discreto difensore esterno. Nel reparto che Ventura schiera a tre sembra un pesce fuor d’acqua.


Pinzi 6 – Un bel duello con Davids. Il giovane di Ventura di sicuro non lo perde.


Helguera 5 – Dovrebbe dirigere le operazioni e muovere all’assalto della Juventus. Trova spesso sulla sua strada Tudor e superare il croato, che usa l’arma dell’anticipo, è un problema. (35’ st. Almiron sv.).


Marcos Paulo 5 – Davanti a lui c’è Conte che sembra un marziano.


Pieri 5,5 – Affonda qualche colpo sull’out sinistro, non trova mai il passaggio felice o la giocata che illumina. (19’ st. Scarlato sv.).


Muzzi 6 – Lotta con accanimento, si danna l’anima per cercare il suo quindicesimo gol del campionato. Non ci riesce, ma non si arrende mai. (28’ st. Jorgensen sv.).


Sosa 5 – Smarca con un colpo di testa Di Michele davanti alla porta quando la Juve è in vantaggio di un gol, ma l’ex salernitano sbaglia. Nel finale impegna Buffon in una grande parata. Sono le uniche cose decenti della sua partita.


Di Michele 6 – Trova Thuram e in qualche occasione lo impegna a fondo. Sbaglia il gol dell’1-1, segna quello ipotetico del 2-1 ma è in fuorigioco e l’arbitro annulla. Comunque è sempre vivace.


L’allenatore Ventura 6 – Presenta una squadra con tre attaccanti, ma i suoi piani sono scardinati subito da Trezeguet.





JUVENTUS


Buffon 6,5 – Un paio di interventi delicati nella parte iniziale della partita e una prodezza su Sosa nel finale.


Thuram 6 – Di Michele lo impegna a fondo, ma il francese tiene botta. Sembra in leggera ripresa rispetto alle ultime partite. Buona notizia in vista della finale di Coppa Italia e del Mondiale.


Ferrara 6 – Un’altra partita senza errori anche se il suo lavoro nella giornata è ridotto al minimo.


Iuliano 6 – Pattuglia bene il centro della difesa, corre e soccorre i compagni. (37’ st. Birindelli sv.).


Montero 6 – Gioca da esterno sinistro dove spesso trova Muzzi. Anche fuori ruolo è sempre una garanzia.


Conte 7 – Nel cuore dell’inverno aveva preso in mano la Juventus con saggezza e mestiere. Anche nell’ultima partita, quella che gli regala il quarto Scudetto Bianconero, recita la parte del protagonista. Migliore in campo, assist per il gol di Trezeguet. Dopo i due gol la squadra si stringe attorno a lui portando a casa vittoria e Campionato.


Tudor 6 – Ottimo il suo avvio di partita quando, quasi con prepotenza, annichilisce Helguera. Cala alla distanza, dopo il lungo infortunio non può essere al massimo. (22’ st. Zambrotta sv.).

Nedved 6 – Bada al sodo e si mette al servizio della causa rinunciando a qualche giocata delle sue. Dà il via all’azione del primo gol.


Davids 6 – Corre con generosità, lotta per due ma sbaglia anche un numero elevato di palloni elementari. (35’ st. Paramatti sv.).


Trezeguet 6,5 – Non perdona De Sanctis alla prima occasione che gli capita. Nove minuti più tardi innesca Del Piero che realizza il secondo gol. Poi lunghe pause con la mente all’Olimpico. Il punto al Friuli è il suo gol numero 24 che gli vale il titolo di capocannoniere al fianco di Hubner.


Del Piero 6,5 – Una lunga galoppata e un diagonale diabolico. È il suo sedicesimo gol in Campionato e chiude il conto con l’Udinese.


L’allenatore Lippi 7 – Non sbaglia né l’impostazione della partita né i cambi.





L’arbitro Rodomonti 6 – Annulla giustamente un gol a Di Michele.







BANGSBO, HA VINTO ANCHE LUI





Le felici intuizioni di Lippi, i ventiquattro gol di Trezeguet e i sedici di Del Piero, la grande organizzazione del club, i recuperi di Ferrara e Conte che al tirar le somme sono stati decisivi, il centrocampo a “rombo” che ha esaltato Nedved vertice più alto del reparto, il carattere indomito del gruppo: è la rapida sintesi delle grandi qualità che hanno permesso alla Juventus, due volte nella polvere e due volte sugli altari, di vincere lo Scudetto numero ventisei della sua storia grazie a due formidabili rimonte, la prima nel cuore dell’inverno e la seconda in primavera. Tra i protagonisti meno celebrati del boom Bianconero bisogna metterci anche Jens Bangsbo, il fisiatra danese che ha curato quest’anno la preparazione della Juventus. Trentasette anni, ex calciatore di serie A in Danimarca, laureato all’università di Copenhagen Bangsbo, nominato sul campo vice di Lippi, ha usato metodi particolari: la continua presenza di quello che lui chiama “attrezzo”, cioè il pallone. Anche fiato, velocità, muscoli e resistenza i Bianconeri li hanno fatti con il pallone tra i piedi. Il medito, oltre ad aver funzionato, ha reso anche meno noioso il lavoro del gruppo. Complimenti anche a Bangsbo, allora.







Le Pagelle di Lazio – Inter


Poborsky, che commiato


J.Zanetti simbolo del crollo





LAZIO


Peruzzi 5 – Errore imperdonabile dopo appena 12 minuti. Non osiamo pensare a cosa gli sarebbe successo se quello sbaglio avesse assegnato lo Scudetto all’Inter.


Stam 6,5 – Ha dato un bel senso di sicurezza. Recoba, per scappare dalle sue grinfie, doveva accentrarsi, creando confusione.


Nesta 6 – Qualche rinvio sbagliato, ma anche alcuni interventi risolutivi.


F.Couto 6 – Un solo errore importante, quello che ha provocato il secondo angolo (e poi il secondo gol) battuto da Recoba. Per il resto, se l’è cavata bene.


Favalli 6 – Si è occupato della fase difensiva.


Poborsky 7,5 – Ha aspettato la partita giusta per rispondere ai tifosi laziali che lo fischiavano. Era il suo commiato, la curva Nord voleva la sconfitta e lui ha portato la squadra alla vittoria.


Giannicchedda 6 – Meno tambureggiante del solito, ma sempre indispensabile.


Simeone 6,5 – Era la sua prima partita da titolare dopo l’infortunio al ginocchio. L’ha giocata con cautela, piazzando però il colpo dell’ex al momento giusto. (33’ st. D.Baggio sv. – È entrato quando era tutto finito).


Stankovic 6 – Ha offerto il suo buon contributo. Ma a volte si è assentato, lasciando nella sua zona spazi non sfruttati dall’Inter. (16’ st. Cesar 6,5 – Dribbling sullo Zanetti argentino con assist per Inzaghi e poi un palo di testa: mezz’ora eccellente).


Fiore 6,5 - Si è sistemato a metà strada fra il centrocampo e Inzaghi. Suoi gli assist del primo e terzo gol, in più una presenza costante nel vivo del gioco.


S.Inzaghi 6 – Primo tempo solitario, era troppo distante dal gioco della squadra. Nella ripresa si è riscattato con l’ultimo gol.


L’allenatore Zaccheroni 7 – Bella soddisfazione. Già licenziato in settimana, ha cambiato il finale del Campionato e portato in Uefa la sua ex squadra. Da attore protagonista (col Milan) o non protagonista (con la Lazio), nelle rimonte è sempre da Oscar.




INTER


Toldo 5 – Sui quattro gol, ha avuto responsabilità non pesanti. Poteva però incassare il quinto (testa di Cesar) dopo un’uscita sbagliata.


J.Zanetti 4,5 – D’improvviso, si è spento. È stato lui, il capitano, il simbolo di questa disfatta.


Cordoba 5,5 – Ha retto meglio di tutti, ma si è fatto superare come gli altri nell’azione del quarto gol. In più è stato graziato da Paparesta quando ha steso Inzaghi.


Materazzi 5 – Era al rientro, ma ha perso subito l’orientamento.


Gresko 4 – Un disastro. Ha regalato a Poborsky la palla del 2-2 e ha sbagliato tutto il resto.


S.Conceicao 5,5 – Finchè ha avuto fiato e si sganciava libero sulla destra, nessuno dell’Inter lo ha servito. Poi ha esaurito la riserva. (15’ st. Dalmat 5 – Si è intestardito in azioni personali senza senso e senza successo).


Di Biagio 6 – Primo tempo eccellente, gol compreso. Aveva tutta la squadra sulle spalle. Quando si è accorto che non c’erano sbocchi, ha cominciato anche lui a sparecchiare verso Peruzzi.


C.Zanetti 5 – Era a pezzi. In campo passeggiava. (28’ st. Emre sv. – Qualche tiro sbagliato e nient’altro).


Recoba 5 – Da fermo ha ribadito le sue fantastiche qualità (i due gol nerazzurri dai suoi calci d’angolo), ma quando c’era da far scorrere il gioco, era quasi un ostacolo.


Vieri 5 – Dopo la rete dell’1-0, sembrava destinato a sbranare questa partita e invece ne è stato sbranato. È destino che all’Olimpico non riesca a vincere uno Scudetto.


Ronaldo 4 – Quanto a destino, sta peggio il brasiliano. Spagna, Olanda, Italia, mai uno Scudetto per un campione che ieri è letteralmente scomparso. (33’ st. Kallon sv. – Sarebbe stato più utile all’inizio della ripresa, per creare un po’ di movimento. Quando è entrato, non c’era più nulla da fare).


L’allenatore Cuper 4 – Ha sbagliato formazione e cambi in questo finale la sua squadra ha stentato troppo.





L’arbitro Paparesta 6,5 – Partita facile da dirigere. Il giovane barese l’ha assecondata senza problemi. Era troppo distante da Cordoba e Inzaghi per decretare l’espulsione del colombiano come ultimo uomo.







TELEGOL di Francesca Fanelli


Moggi e Conte: gli ultimi veleni


Lippi dice no alla pace con Baggio





Ronaldo piange con la mano sul volto e fa impressione. Come fa impressione la freddezza di Del Piero al microfono quando parla di destini incrociati in questo scudetto. Immagini. Valgono più delle parole. A “Guida al Campionato” (Italia 1) avevano capito tutto: sondaggio sullo scudetto, il 48% aveva votato Juve, il 46% Inter. A “Quelli che il calcio” (Rai 2) posti esauriti per l’ultima. C’è Maria Mazza, ex di Totti: quando glielo dicono lei fa: “Il migliore”. C’è Luisa Corna, non canta, e alla fine niente festa. Scatenata Alessia Merz a Udine: a pochi minuti dalla fine va a sedersi a fianco alla Triade (Moggi, Giraudo, Bottega) e poi si lancia in un caldo abbraccio con bacio a Moggi. Saluta la Ventura e, sulle note dell’Inno di Mameli cantato da Elena Monelli, fa: “Mi sono trovata come in famiglia. Siamo orgogliosi di essere italiani”. Tornerà su Rai 1? Intanto su Rai 1 per il Mondiale vedremo Luisa Corna.


A “Stadio Sprint” (Rai 2) feste da Piazza San Carlo a Torino e parole dagli spogliatoio. Moggi su Sensi: “Non lo voglio nominare solo per educazione, perché è più anziano di me. Ha vinto il calcio, chi alimenta sospetti, è stato tradito”. Non riesce la polemica con Lucchesi della Roma che fa: “Moggi non fare il furbo, volevo farti i complimenti”. Arriva Lippi: “Il mal di stomaco c’è l’ho solo in settimana, la domenica mai”.


A “90°Minuto” (Rai 1) si va dentro lo spogliatoio Juventino. “Guardami adesso, sto godendo”: Antonio Conte nell’euforia manda un messaggio, ufficialmente vago, ma in sostanza si capisce che c’è l’ha con Mazzone, “Lo so che ci sta guardando. Quel giorno era a Perugia. Questa è la nostra rivincita…”, poi arriva Thuram che gli mette una mano sulla bocca, lo tira via, impedendogli di dire, forse, qualcosa in più. Non il nome, che è facilmente leggibile.


Alla lunga “DS” (Rai 2) vediamo l’Inter che atterra a Milano: teste basse, poche parole. Poi, il colpo grosso: c’è tutta la Juve, al telefono anche Baggio. Il Codino fa i complimenti a tutti i Bianconeri (ma tra lui e Lippi resta il gelo) e alla domanda sul Trap: “Non so più cosa fare, io ci spero, non costa nulla”. E stasera al Processo di Biscardi (La7, ore 21) ci sarà Moggi.


GRAZIE INTER..... O PEPPINO COME TI SENTI??????

Anonimo,  05 maggio 2008 17:43  

Il terzo sigillo

Ci si avvia all’epilogo di questo terzo campionato all’ombra di Calciopoli e la domanda che ci si deve porre non è se la più raccomandata dagli italiani riuscirà a compiere l’impresa, ma se, incamerato anche questo scudetto tarocco, si dovrà ritenere definitivamente compiuta anche quell’opera sociale di risarcimento per i tanti miliardi buttati al vento in diciotto lunghi anni e finalmente si potrà tornare ad un torneo credibile.

Il primo dei tre scudetti venne servito al tavolino e si racconta che venne festeggiato a champagne da Sua Onestà Presidenziale in compagnia della colf filippina, quest’ultima partecipando per puro dovere di impiego.
Molti si schernirono, dicendo che non si sarebbe dovuto accettare, come se il prezioso riconoscimento fosse stato graziosamente imposto e non invece calorosamente e pubblicamente richiesto da Sua Onestà e propiziato dal molto Straordinario Commissario, appena insediatosi ai vertici della federazione calcistica.
Purtroppo non potè neppure essere onorato in Europa, dove la magra figura consueta arrivò puntuale a ricordare come stessero le cose.
Si sentì dire che lo scarso impegno nel torneo nazionale aveva disabituato i giocatori dalla lotta, così risultando danneggiati nei grandi impegni continentali.
Difficile allenarsi senza avversari all’altezza, era inevitabile che finisse così …

Infatti il secondo dei tre scudetti venne costruito, dopo avere saccheggiato la grande assente in applicazione del principio del giusto bottino di guerra, con una agevole galoppata senza intoppi arbitrali, ma soprattutto senza concorrenza.
La colf filippina fu questa volta dispensata dai festeggiamenti, essendo la comitiva in festa già sufficientemente numerosa: oltre a Sua Onestà Tronchettata, tutto il personale giocante e non, quello scrivente sulle gazzette e qualche ultras meno esigente.
Colpì più di tutto il resto la gioia dei protagonisti, che col grido “Vinciamo senza rubare“ rivelarono che non di vera gioia si trattò.
Per dare lustro all’impresa non bastava l’impresa stessa, occorreva segnare la differenza con le imprese del passato: destino cinico e baro non poter gioire senza livore e con consapevolezza dei propri meriti, dover ancora appellarsi al passato per scorgere i meriti di oggi …
Anche questa volta il titolo non potè essere onorato in Europa, dove la magra figura consueta arrivò puntuale a ricordare come stessero le cose.
E’ storia di oggi.
Non si può però dire che l’ennesima comparsata nel torneo continentale sia da attribuire allo scarso impegno profuso nel torneo nazionale, dove invece le difficoltà per la squadra di Sua Onestà quest’anno ci sono state.

Ed infatti il terzo dei tre scudetti si sta conquistando con qualche affanno di troppo, nonostante il magazzino giocatori in dotazione e le risorse finanziarie anche questa volta profuse ( stando a quel che si dice ).
Si è assistito infatti ad un campionato, che per una buona metà ha registrato una serie interminabile di errori arbitrali a senso unico, sempre favorevoli per la squadra di Sua Onestà e sempre in momenti decisivi, perlopiù invece sfavorevoli per i concorrenti e sempre nei momenti decisivi.
Mai si era vista una cosa simile in passato, quando per uno o due episodi si erano crocifissi arbitri e create nomee famigerate per le avversarie.
Perfino gli scrivani laudatores non poterono più ignorare o sminuire quello che era sotto gli occhi di tutti senza necessità di moviole: la più raccomandata delle italiane sembrava essere accompagnata a braccetto al terzo sigillo.
L’imbarazzo di tutti non era nascondibile, tanto che dalla capitale si levò il grido di dolore “Siete peggio della Juventus!“
Mai affronto simile era echeggiato in tutta la storia del calcio italiano.
Il culmine si toccò quando in uno stadio del sud il pubblico di casa la buttò a ridere per tutta la partita.
Da lì le cose cambiarono leggermente, perché il calcio è una cosa seria e va preso sul serio, potendo sopportare tutto, ma non il ridicolo …
Ma i giochi erano praticamente quasi fatti, il gruzzolo di punti da amministrare cospicuo, la classifica decisivamente alterata.
Destino cinico e baro: quest’anno saranno costretti a vincere senza poter cantare “Vinciamo senza rubare”, un’altra gioia negata.
Non c’è pace per i troppo onesti.

Troveranno di nuovo il loro equilibrio e la loro serenità solo quando torneranno a perdere?

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